Il “caso” Pandora

C’è un momento, nella mitologia, in cui tutto cambia. È quando Pandora apre il vaso — o il vaso apre lei, poco importa — e il mondo viene attraversato da mali sconosciuti, incontrollabili, irreversibili. Da quel gesto non nasce solo la sventura, ma la consapevolezza che qualcosa si è spezzato per sempre.

Certo che ti accorgi, ogni giorno che viviamo in un tempo in cui i contenitori vengono scoperchiati : parole d’odio, violenze normalizzate, guerre raccontate come statistiche, corpi ridotti a notizia di passaggio. L’incredibile barbarie che colpisce il mondo non arriva più come un’eccezione, ma come una consuetudine. E questo è forse l’aspetto più inumano di tutti.

Abbiamo aperto il vaso della velocità, dell’indifferenza, del potere senza responsabilità. Che tristezza amara! Ne sono usciti mostri silenziosi: l’assuefazione al dolore altrui, la perdita dello stupore davanti alla vita, l’idea che tutto sia sacrificabile, la bellezza di un colore. In questo scenario, la barbarie non urla sempre: spesso sussurra, si traveste da normalità, si annida nei piccoli gesti quotidiani che smettono di interrogarsi.

Eppure, nel mito, qualcosa resta sul fondo del vaso: la speranza. Fragile, quasi impercettibile, ma ostinata. Mi domando sempre se oggi il compito dell’arte, della scrittura, del pensiero — e di ogni coscienza vigile — è proprio questo: chinarsi su quel fondo, non per negare l’orrore, ma per impedire che diventi l’unico linguaggio possibile. Non “si tornerà a riveder le stelle” che ora se ne stanno nell’abbaglio delle luci di città. È tutta un’inutile utopia.

Il “caso” Pandora non è solo ciò che abbiamo scatenato. È anche la responsabilità di ciò che scegliamo di lasciare aperto ogni giorno.

Un pensiero su “Il “caso” Pandora

Scrivi una risposta a Giornalista Massimo Palmieri Cancella risposta