C’è una forma di amarezza che non fa rumore. Non esplode, non accusa apertamente, non si impone. Si deposita, lenta, tra le pieghe del tempo, come polvere su una poltrona di velluto rosso in una platea sempre più vuota.
È l’amarezza di chi il teatro lo fa, lo pensa, lo costruisce giorno dopo giorno. Di chi crede ancora nella parola, nel gesto che nasce da un’urgenza, nella drammaturgia come spazio di verità. E poi, fuori, si accorge che il mondo sembra andare altrove.
Altrove, dove il consenso è immediato, dove il corpo è spettacolo prima ancora che presenza, dove bastano luci forti, musica alta e capelli che si muovono al vento per catturare sguardi, applausi, attenzione. Un altrove in cui la superficie è sufficiente, anzi, è richiesta. E chi guarda sembra accontentarsi — no, sembra proprio godere — di questo consumo rapido, leggero, scintillante.
Non c’è giudizio nei confronti dei corpi. Il corpo è teatro, è linguaggio, è verità. Ma quando diventa solo esposizione, quando si svuota di senso per riempirsi di consenso, allora qualcosa si rompe. Si rompe il patto invisibile tra chi sta in scena e chi guarda: quello che chiede ascolto, profondità, disponibilità a restare.
E invece restare è diventato difficile. Restare seduti, in silenzio, ad ascoltare una storia che non urla ma scava. Restare dentro una parola che non intrattiene ma interroga. Restare in un tempo che non è veloce, non è facile, non è subito.
Il teatro — quello che cerca, che inciampa, che prova a dire qualcosa di necessario — chiede tempo. E il tempo oggi sembra un lusso che pochi vogliono concedere.
Così accade che sale si svuotino mentre altri spazi si riempiono. Che il lavoro lento, artigianale, a volte doloroso di chi costruisce drammaturgie venga ignorato. Che chi prova a fare cultura — quella vera, quella che non si consuma ma si attraversa — si ritrovi a invecchiare aspettando uno sguardo, una presenza, un ascolto.
E non è solo una questione di pubblico. È una questione di sguardo sul mondo.
Perché scegliere cosa guardare significa scegliere anche cosa diventare.
E allora la domanda, inevitabile, arriva: che cosa stiamo allenando in noi? La capacità di sentire o quella di distrarci? Di comprendere o di consumare? Di sostare o di scivolare via?
C’è una solitudine sottile in chi continua a credere che il teatro possa ancora essere un luogo necessario. Una solitudine fatta di sedie vuote, di prove infinite, di testi scritti e riscritti, di attori che cercano un senso oltre la forma. Una solitudine che però non smette di resistere.
Perché, nonostante tutto, c’è ancora chi resta. Pochi, forse. Ma veri.
Eppure l’amarezza rimane. Perché non si tratta di nostalgia. Non è il rimpianto di un passato migliore. È la percezione nitida di una deriva.
Una deriva che non è fragorosa, ma costante. Una deriva che ci porta lentamente lontano dalla profondità, verso una superficie sempre più liscia, sempre più facile, sempre più vuota.
E la cosa più inquietante è che questa superficialità non è più nemmeno leggera.
Non è più quel planare lieve, curioso, aperto, che sfiora le cose con grazia. No. È una pesantezza travestita da leggerezza. Un’abitudine. Una rinuncia.
Stiamo andando alla deriva, sì.
Ma non tra le onde.
In braccio a una superficialità che non sa più nemmeno essere leggera.
27 marzo 2026 – giornata mondiale del teatro.
