Nella notte sospesa di gennaio, quando l’anno trattiene il respiro tra ciò che è stato e ciò che verrà, appare la Befana. Vecchia e strega, curva e benevola, vola su una scopa come Madre Natura giunta al termine del suo ciclo. È stanca, rinsecchita, segnata dal tempo, eppure prima di scomparire lascia doni: dolci, piccoli oggetti, semi di futuro.
Chiamata con molti nomi: Vecia, Stria, Pasquetta e Strina; la Befana attraversa l’Italia come un’eco antica.
In ogni regione assume un volto diverso, ma ovunque porta con sé lo stesso significato: la fine che prepara la rinascita.
Nei falò invernali il suo fantoccio brucia, tra rumori, canti e chiasso rituale, per scacciare il male e purificare il tempo.
Dal fuoco, simbolicamente, la vecchia rinasce, trasformata in buona fata, promessa di fertilità e di fortuna.
In Sicilia la sua presenza si moltiplica: appare a Natale, a Capodanno, entra nelle case come vento, come uccello, come formica.
È l’anno che muore e torna bambino, è la strenna antica che riempie le scarpe, è la madre che dona prima di scomparire.
Nelle sue mani spesso stringe un fuso, segno arcaico del destino e dell’eterno ritorno.
Come le grandi Madri del mito e le Moire, la Befana fila e recide il filo della vita, ricordando che nascita e morte sono inseparabili, che tutto muta e tutto ritorna.
Così, sotto le sembianze familiari di una vecchia sulla scopa, sopravvive una divinità antichissima.
La Befana è la memoria della Terra, il suo volto invernale, la sua promessa silenziosa: nulla finisce davvero, tutto si trasforma.
