Esporsi o essere? (Ovvero: il sospetto verso chi non si nasconde)

“Esporsi o essere?” viene spesso posta come una domanda morale, ma in realtà funziona più come un’accusa. È la forma elegante con cui si guarda una persona molto espressiva e si pensa: sta esagerando. Nella nostra società, chi non si nasconde abbastanza è sempre un po’ colpevole.

Siamo cresciuti con l’idea che l’autenticità debba essere discreta, possibilmente invisibile. Che l’essere vero significhi stare composti, misurati, controllati. Tutto ciò che emerge troppo viene immediatamente sospettato di finzione. Se mostri emozioni, reciti. Se parli con il corpo, fai scena. Se sei chiaro, sei superficiale. È curioso: abbiamo paura della maschera, ma diffidiamo di chi non la indossa.

Chi è espressivo infrange una regola non scritta: quella del pudore emotivo obbligatorio. Non perché voglia provocare, ma perché non sa – o non vuole – comprimersi per risultare più digeribile.

E così l’essere diventa un problema di volume. Non di verità, ma di decibel.

Il paradosso è feroce: più una persona è coerente con ciò che sente, più viene accusata di esporsi “troppo”. Come se l’identità fosse legittima solo a patto di restare sullo sfondo. Come se la profondità, per essere accettata, dovesse mimetizzarsi. In fondo, l’espressivo non disturba perché finge, ma perché non nasconde. E questo, per molti, è intollerabile.

Forse il vero disagio non è l’esposizione altrui, ma il confronto che essa impone. Chi si espone costringe gli altri a guardarsi: a interrogare i propri silenzi, le proprie censure, le proprie verità tenute in ostaggio dalla paura del giudizio. È più comodo liquidare tutto come “teatro” che ammettere di aver rinunciato a una parte di sé.

Allora chiediamocelo davvero: esporsi o essere?

Ma facciamolo fino in fondo. Siamo sicuri che il problema sia chi si mostra? O piuttosto chi osserva, pretendendo che l’essere sia educato, moderato e possibilmente invisibile?

Forse dovremmo smettere di chiedere agli espressivi di abbassare il volume e iniziare a domandarci perché il silenzio, da noi, venga scambiato per profondità. Perché trattenersi è diventato sinonimo di verità, mentre manifestarsi è stato relegato al sospetto.

In fondo, l’essere non è mai neutro. O lascia tracce, o si dissolve.

E se per qualcuno essere significa esporsi, il vero scandalo non è l’espressione: è la nostra difficoltà a sostenerla.

foto dal web

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