Sbagliare con grazia. E andare oltre.

Amiamo i nostri sbagli. O, almeno, impariamo a farlo. Li accogliamo non come fallimenti, ma come tracce del nostro passaggio, prove viventi del fatto che ci abbiamo provato. Sono i nostri inciampi a dire che siamo entrati in gioco, che abbiamo rischiato qualcosa, che abbiamo vissuto davvero.

Gli errori sono maestri spigolosi, certo. Ti insegnano senza gentilezza, ma con efficacia. Ci fanno scoprire chi siamo, dove ci fanno più male le parole, cosa ci fa davvero paura, cosa non vogliamo più. E poi, più in profondità, ci fanno intravedere anche quello che ci fa brillare, ciò per cui siamo disposti a fallire ancora.

Accettiamo anche la nostra stupidità. Non quella che fa male agli altri, ma quella tenera, istintiva, che ci appartiene come un’impronta digitale. La stupidità che ci ha fatto credere a una parola sbagliata, che ci ha fatto scrivere quel messaggio, fare quella telefonata, prendere quel treno. E che, se vogliamo essere sinceri, a volte ci ha portato dove non saremmo mai arrivati con la sola intelligenza.

Poi, andiamo oltre.

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