Molte persone rimpiangono di aver sprecato i propri talenti e potenzialità. Si lamentano della loro passività, temendo di non farcela, e cercano una resilienza che credono di aver perso o di non aver mai avuto. Tuttavia, ciò di cui hanno più bisogno è risvegliare quel quoziente di vitalità che le spinge a sorridere, saltare di gioia e riscoprire il gusto della vita perché vivono nella paura costante e più profonda è di essere inadeguati e di non possedere una luce propria, perché è l’ombra a spaventarle di più.
Ci si chiede chi si è per essere brillanti, pieni di talento, favolosi; in realtà, ci si dovrebbe chiedere chi si è per non esserlo.
Consideriamo che pensare in piccolo non serve e che sminuire sé stessi è pericoloso non solo per noi stessi ma anche per coloro che ci stanno intorno.
Fare ciò è una sfida che non sempre vinciamo perché ciò che conta sono i fatti, non le intenzioni.
Anche la migliore intenzione non ha il potere di cambiare un pessimo risultato.
Le persone che giustificano alcuni effetti asserendo che non avevano l’intenzione mostrano ingenuità, illusione, scarsa capacità predittiva, assenza di assunzione di responsabilità oppure mala fede.
La concentrazione sulle intenzioni ha impedito loro di pensare alla responsabilità delle conseguenze riflettendo prima su quello che sarebbe potuto succedere.
Questo succede a chi pecca di presunzione e cade sconfitto.
Il passato è passato. Non si può tornare indietro, niente può essere come prima, non si può disfare ciò che è già accaduto, si può solo andare avanti, oltre e altrove, evolvere e imparare da quanto oramai avvenuto.
Se ci fosse una verità oserei dire però che la maggior parte di noi ama sbagliare e non impara quasi per partito preso.
