Parole riflesse

Ci sono parole che non appena le leggi ti rifletti: succede.
Mi è successo nel leggere per caso una citazione di Virginia Woolf, ho sentito per istinto che mi parlava, le parole sullo schermo riflesse sapevano di un sapere antico e segreto che abita le donne da sempre. Un sapere che non chiede legittimazione. Un sapere così semplice come un abito.

Le donne devono ricordarsi chi sono, dice Virginia.
Mi viene da aggiungere: anche quando il mondo prova a distrarle, a renderle più piccole, più ordinate, più comprensibili.

Ho imparato che l’irrazionalità non è una colpa. È uno spazio.
Un campo sterminato, come lo chiama lei, che attraversiamo ogni volta che seguiamo un’intuizione invece di una regola, un’emozione invece di una spiegazione. È lì che nasce l’arte. È lì che io scrivo, creo, respiro.

Ci sono arrivata oggi che non ho più paura di restare sospesa.
Sospesa sulle stelle, di notte, appoggiata al balcone del cielo. Ci sono momenti in cui non so definirmi, né spiegare cosa sto diventando. E va bene così. Restare in bilico è un atto di fiducia. È dire al mondo: non ho fretta di arrivare.

Il buio, poi.
Per anni me ne hanno parlato come di qualcosa da evitare. Ma il buio che inabissa le cose è anche quello che le rivela. Nel buio ho incontrato parti di me che alla luce non osavano mostrarsi. Fragilità, desideri, rabbia, una forza ruvida e primitiva. Tesori, appunto. Stare tra luce e ombra.

Nel buio mi sono scoperta libera.
Libera di essere scarmigliata, non pettinata secondo aspettative altrui. Fiera di un’identità che non chiede approvazione. Ho smesso di temere ciò che non è lineare, ciò che non è ordinato, ciò che non è facilmente raccontabile.

In fono lo sappiamo, c’è un sapere che le donne custodiscono e che non si impara.
Un sapere che passa attraverso il corpo, le emozioni, il silenzio, l’ascolto profondo. Virginia scrive così bene: ci sono luoghi interiori che solo noi attraversiamo davvero. Non per esclusione, ma per esperienza.

Scrivere, per me, è questo.
Un atto di coraggio. Un gesto necessario. Non scrivo per spiegarmi, scrivo per esistere. Per lasciare tracce di quel buio fertile che mi ha generata ogni volta diversa.

Provare e riprovare ripetendolo sempre:
ricordarti chi sei, di cosa sei capace.
Non temere il buio.
Non temere le stelle.
Perché è proprio lì che si “necessita d’arte”.

Mariuccia


Le donne devono sempre ricordarsi chi sono, e di cosa sono capaci. Non devono temere di attraversare gli sterminati campi dell’irrazionalità, e neanche di rimanere sospese sulle stelle, di notte, appoggiate al balcone del cielo. Non devono aver paura del buio che inabissa le cose, perché quel buio libera una moltitudine di tesori. Quel buio che loro, libere, scarmigliate e fiere, conoscono come nessun uomo saprà mai..
Virginia Woolf


Penelope se ne va – drammaturgia di M.Cutugno – ritratto in scena di Claudio Rancati – una produzione Quem Quintelemento – videoteatro

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